Mercurio

Lei pulsa e si contrae senza cambiare forma. Va e viene, senza muoversi. Non ho provato a fermarla, ma credo che, anche se tentassi, non ci riuscirei. Come il mercurio è, in una trasparenza che non si esprime, impossibile da raccogliere.
Mi piaceva da bambina, quando i termometri andavano in pezzi, cercare con le dita di sfiorare quella sostanza che a me tanto sembrava aliena.
Allora mi inginocchiavo con cura, pronta a compiere l’atto proibito: toccare.
Ma più mi avvicinavo, più lei, la goccia viva, si spostava,
allora mi ritraevo – spaventata –  e lei tornava al suo posto.
Una danza continua la nostra, interrotta sempre dai “vai via” della mamma.
Allora, nascosta dietro una porta, osservavo mia madre liberarsi dell’alieno. Come faceva mi chiedevo, a spingere la goccia con la scopa e gettarla via? Perché la scopa riusciva a prendersela e io no? Allora rimuginavo, con il profondo sospetto che forse la goccia viva non si era mai davvero mossa quando io provavo a sfiorarla.
Non sapevo allora, che la natura delle cose non è mai qualcosa che si può prendere tra le mani e a cui si può dare una misura perché, nel momento in cui la raccogli, la sola misura che le resta da possedere è quella delle tue mani.
La natura delle cose è e basta – e so oggi, non senza difficoltà, che per comprendere a volte, si deve saper guardare e basta.
Come il mercurio non mi resta che pensare che tu sei ciò che vedo, che puoi davvero pulsare e contrarti senza cambiare forma, perché ciò che sei è semplicemente contratto e disteso allo stesso tempo.
Vorrei poter scrivere il tuo nome, poesia che risuona nascosta nel velluto delle calle.