Di eterna unione e distanza.

La grandezza delle cose, la bellezza, lo splendore.
Gli abbagli.
Resto ferma, a piedi uniti, davanti all’incertezza,
davanti a quel che una volta possedeva il tuo profumo e ora sa di nuvole.
Il vento in questi giorni è forte e a me lacrimano gli occhi, lacrimano anche quando sono al chiuso, però.
Di movimenti e istanti ricordo l’odore, quello della tua pelle che per me
non ha parole.
La notte mi aspetta e io esito, quel che porta con sé è una risacca di nodi, unghie spezzate, cera.
Tutte queste cose me le trovo davanti, mi graffiano i piedi e il riflusso che hanno scava la terra sotto di me, spaventandomi.
Ti ho amata con passione, risentimento, rabbia. Ti ho amata con la disperazione con cui si amano le cose che si sa, perderemo.
Ti scrivo a occhi chiusi e vedo ogni cosa che descrivo. Ma questo è un segreto e tu non dovresti saperlo. Vedo le tue mani che sono le mani di tuo padre tenere le mie che non sono le mani di nessuno, le vedo grandi e forti, le sento deboli e esitanti.
Adesso, nell’istante che è, e risuona di secondi pieni, io do a te la stasi di un tempo che non porta a niente. Chiudi gli occhi ora e ascolta la nostra canzone, quella con cui, nelle notti umide, ci siamo addormentate per non lasciarci mai.
Le tue braccia intorno a me le conservo, come il più prezioso dei gioielli. Le tue mani nelle mie le ricordo, come radici di edera e rami che danzano in un intreccio di eterna unione e distanza.