Alla fine di ogni giorno

Per il contest BluSuBianco – Muller

(E’ il suo segreto, questa forma di terapia.
Alle cinque, quando ha finito, non vede l’ora di tornare a casa, di togliersi le scarpe e di mettersi in poltrona.
Di solito ha un giornale e una bibita già pronti sul tavolino perché a Paola piace coccolarlo. Lui beve, legge, si riposa, poi va a fumare una sigaretta sul balcone e aspetta. Verso le sei e mezzo spunta il gatto sul terrazzo di fronte.
E’ un persiano bianco, di quelli di razza.
Si guarda intorno, poi con un salto raggiunge il cornicione più in basso e fa quella cosa.)

Luigi ha osservato questa scena così tante volte che ad occhi chiusi potrebbe disegnare i movimenti fluidi e precisi dell’animale. Quel che da sempre lo ipnotizza è la capacità di Pungolo, così si chiama il gatto, di attraversare il silenzio dell’aria senza fare rumore. Fissa quell’attimo nel tempo in cui non succede niente, quell’attimo in cui ciò che avviene si chiama transizione. E per lui è esattamente come guardare la lancetta di un orologio che passa da un secondo all’altro. Il gatto spinge sulle regali zampe posteriori, salta e riatterra, saldo. Tic Tac. E tra quel tic e quel tac avviene la magia, nello spazio trasparente delle cose si sprigiona l’eleganza silenziosa del felino. Luigi rientra a casa ogni giorno alle 5 del mattino da quella che più che una terapia ormai è diventata una missione; il volontariato. Ogni notte guida l’ambulanza tra i paesini delle valli che circondano casa sua. Da 16 anni. Da quando sua moglie è morta lasciandolo con Paola, la sua unica figlia, che ormai ha 22 anni e che si prende cura di lui come ci si prende cura di un ragazzino irrimediabilmente innamorato e attaccato ad ideali che ormai non esistono più. E lo si fa con compassione, nel tentativo di condividere un dolore che non potrà mai avere lo stesso peso e la stessa misura. Luigi ha perso una moglie, Paola una madre ad appena 6 anni. Il vuoto che portano dentro è comune solo nel punto in cui dicono il suo nome; Laura. Dal nome in poi la mancanza li divide, in un’incomprensione silenziosa e bianca. Perdere una moglie, perderne l’affetto, l’appoggio, l’amore, la complicità, la certezza di una vecchiaia insieme, di una minestra calda ogni sera dopo il lavoro.
Perdere una madre a sei anni, perdere la corsa sul portone della scuola per andarle incontro, perdere i baci della buonanotte, il momento in cui la mattina ci si veste e si cerca di imparare ad allacciare le scarpe con i suoi occhi che sorridono e ci guardano attenti e speranzosi. Perdere la mano grande in cui poter sempre riporre la manina piccola al momento di attraversare la strada. Perdere quel che nemmeno si immagina quando si hanno sei anni e sentirne il peso negli anni a venire; nei momenti difficili e in quelli belli. Nei momenti di stanchezza in cui semplicemente si vorrebbe condividere una tazza di tè con la propria madre. E si perde tutto questo nel tempo che un gatto impiega a saltare da un cornicione ad un altro. Questo è quanto basta. Luigi a modo suo cerca di aggiustare questa cosa con quella che è l’unica terapia che sembra funzionare per lui: aiutare gli altri. Sperando di poter evitare che un’altra Paola perda la madre e che un altro se stesso perda la propria moglie per uno stupido, banale errore che il corso del tempo ha reso irreparabile. La storia di Luigi in fondo è semplice e l’epilogo è di una banalità da far impietrire.
La notte che sua moglie si sentì male fu la dirimpettaia a chiamare l’ambulanza, una signora di 63 anni abituata così com’era alla quotidianità che disse solo di mandare un’ambulanza in via ‘fontana vecchia’. Dimentica del fatto che quella via in realtà un nome non lo aveva mai avuto, veniva chiamata così da generazioni da tutti i paesani proprio per la fontana che si trovava all’imbocco della stradina che portava su per quelle poche case. Loro lo sapevano, i “cittadini” no. L’ambulanza, che veniva dalla città più vicina, finì col perdersi e sua moglie finì col morire. Così, tic tac. In quello spazio dove non avviene niente eppure tutto cambia.
Districarsi in quelle viette tutte uguali per chi non è del posto è tutt’altro che semplice. Che si cambi o non si cambi paese si vedono le stesse cose; la piazza con la fontana, i balconi con i panni stesi al sole, le macellerie con le tende di perline di plastica , la chiesa, il bar del centro, il negozio del barbiere. E così Luigi ha pensato di poter essere lui a farlo, lui che li ci è cresciuto, lui che conosce ogni singola crepa di ogni singola casa di paesi dove ai ragazzi viene ancora chiesto di chi sono figli perché agli occhi di tutti il nome di una famiglia riesce ancora a significare qualcosa.
Dopo ogni notte di corse, ansia, timori e alle volte sollievi, Luigi ama consolarsi così; guardando quel gatto bianco che ogni giorno fa quel semplice gesto: salta sul cornicione, vi si sdraia e passa la zampa destra sull’orecchio portandola poi sul muso per pulirsi. Una parentesi quotidiana di una delicatezza quasi irreale. Questo lo conforta, il fatto che qualcosa riesca ancora a ripetersi sempre uguale e senza traumi.
Ogni notte Luigi cerca qualcosa, sotto i fari dell’ambulanza che tagliano il buio delle strade come fossero rasoi di luce, ogni notte lui cerca la speranza, cerca un senso, una ragione forse… pensando che salvando gli altri si possa in qualche modo salvare se stessi, cercando, alla fine di ogni giorno, il senso di un equilibrio che sembra sempre lontano eppure ticchetta ogni secondo, silenziosamente.

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