L’origine dell’inquietudine

Per il contest BluSuBianco – Muller

(C’è una specie di luminosità nel suo sguardo stamattina.
Si vede da come è entrato in ufficio, da come ha centrato l’attaccapanni con la giacca e da come mi ha salutato unendo pollice e indice e alzandoli alla bocca per invitarmi a prendere il caffè. Mentre lavoriamo, ogni tanto si tocca il gesso e non può fare a meno di sorridere. Mi avvicino e fingo di leggere il comunicato che ha davanti: una piccola scritta storta spicca sulla piega bianca dell’ingessatura. )

‘Ricordami’
“Che vuol dire ‘ricordami’ Luca”?
“Eh?” Dice lui fingendo un tono distratto.
“La scritta sul gesso, che vuol dire?” Gli chiedo di nuovo impaziente.
“Ah..mh,nell’incidente di ieri è rimasta coinvolta anche un’altra persona con me, credo sia stata lei a scriverlo”
“Ma come credi, non ne sei sicuro? E chi è?”
Ma Luca non ascolta, il suo pensiero è tornato a quella mattina, a quel cielo opprimente che sembrava in procinto di grondare catrame, alla pioggia insistente che aveva senza remore bagnato i binari del tram e lui come un allocco ci era scivolato sopra con la bicicletta, coinvolgendo nell’incidente anche uno scooter che, per non travolgerlo, aveva dovuto sterzare bruscamente finendo con lo scivolare a terra.
Ci aveva messo un attimo a rendersi conto di cos’era successo, della caduta, della ruota della bici piegata e di quel dolore al braccio che non sapeva come definire: forse lancinante, forse acuto, forse distaccato, come se il suo braccio non fosse più nemmeno suo. Stordito si era guardato attorno e la prima cosa che aveva visto era quella figura china su di lui, riusciva a vedere solo i suoi occhi emergere dal casco stretto e i suoi lunghi capelli rossi caderle sulle spalle.
“Hei tutto bene?” disse lei con la voce ovattata dal casco ancora chiuso.
“Eh.. si, si, tutto bene” rispose lui cercando di mettersi a sedere.
La sensazione che provava adesso era diversa, forse, se possibile, ancora più rara e sfuggente del lapidario momento in cui il suo braccio si era rotto lasciandogli addosso un alone di dolore e non il dolore stesso, fatta eccezione per un attimo: quello in cui per il male che si avverte sembra che la pelle stia andando a fuoco e si crede davvero di non riuscire a sopportare una tortura simile.
La stessa cosa Luca l’avvertiva in quel momento, davanti a quegli occhi marroni profondi come la terra di un campo di girasoli. La terra bruna che si trova solo in campagna, quella terra che, quando la prendi in mano, senti un odore di vita quasi insostenibile tanto è senza filtri e tra le dita ti resta quella sensazione fastidiosa di freddo-umido che ti mette quasi a disagio per quanto è diretta.
E poi c’è la consapevolezza, il sapere che nessuno prima di te ha affondato le mani li dentro e ha gioito, silenziosamente, di quei grumi compatti e gravidi che quando chiudi il pugno si sbriciolano infilandosi tra le pieghe delle tue mani. I suoi occhi evocavano tutto questo, guardarli anche solo per un secondo era insostenibile tanto erano vividi.
“Hei sei sicuro che sia tutto ok?” Chiese di nuovo lei mentre gli porgeva la mano invitandolo ad afferrala. “Dai su, spostiamoci da qui prima che qualcuno ci venga addosso”.
Sul ciglio del marciapiede dove lo fece sedere si tolse il casco e Luca vide per la prima volta il suo viso.
Pallido, morbido e deciso allo stesso tempo.
C’era ogni cosa nel suo viso: questa era l’origine della sua inquietudine davanti a lei.
C’erano la delicatezza e il distacco, la bellezza e l’imperfezione, la dolcezza e l’arroganza.
Tutto condensato dentro i confini di quel viso senza espressione.
“Ah comunque io sono Alice” disse lei distratta.
“Luca..io..io sono Luca”
“Bene Luca, la signora qui di fronte ha chiamato l’ambulanza, dovrebbe arrivare a momenti”.
Non si dissero più niente in quell’attesa che gocciolava come il vapore sulla finestra chiusa di una cucina in fervore. Dopo l’arrivo in pronto soccorso Luca venne prima visitato e ingessato, poi non ricordò altro; si era addormentato durante la lunga ed estenuante attesa per essere dimesso e al risveglio si era ritrovato con quella scritta blu sul bianco crespo del gesso:
‘ricordami’.
Ricordami. Come se potesse dimenticare , come se potesse cancellare dai suoi pensieri i suoi occhi e quel suo viso così comune e al contempo così unico.
Ogni volta che, volente o no, si tocca il braccio, Luca non riesce a non sorridere di quella beatitudine senza nome che nasce solo dalle cose primordiali. Sorride ripensando al volto di lei, alla magia che a volte accade e fa sì che una persona che nemmeno conosciamo riesca a sfiorarci l’anima. Non riesce a capire perché, in fondo Alice è bella fino a un certo punto, ma la sua è una bellezza che parla, che sa di sale e di quelle cose che quando le assaggi ti si fermano nella gola e tu non puoi sentire altro sapore se non quello. Quella di Alice è una bellezza aspra, che possiedono solo le persone che si portano dentro qualcosa di incompiuto, ed è quel tipo di bellezza destinato nel tempo a trasformarsi, ad addolcirsi o inasprirsi ancora di più, non ci sono altre vie. Ci sono persone a cui basta avere un viso così, non serve loro nient’altro per riuscire a comunicare quanta delicatezza possiedono, quanta grazia, quanta pura bellezza. L’anima rivestita da petali di orchidea. Lei è una di queste: il suo sorriso lieve, appena percettibile, apre le porte allo stupore..Dio che creatura meravigliosa è Alice.

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